che sia

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"Avere qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. 

Sapere a chi si scrive. Raccogliere tutto quello che serve. Trovare una logica su cui ordinarlo. Eliminare ogni parola che non serve. Non porsi limiti di tempo"

don lorenzo milani

Non ho niente da dirti...

Di solito quando andiamo a camminare sono accompagnato da una colonna sonora inesausta, fatta non tanto di "siamoarrivati?quantomanca?matulasailastrada?haiprenotatoalrifugio?", che mio figlio ormai è rotto alle improbe fatiche dei sentieri da capre e non si lamenta. Sbuffa, ogni tanto. Ma fa parte della recita. Ognuno di noi ha delle pose e delle affermazioni lapalissiane che non servono, di cui conosciamo la prevedibilità e il grado zero di significanza, e che pure ci scappano. Tipo "va' che bello!" (arrivati in cima), oppure "non c'è come una bella passeggiata in montagna" (per? boh), o ancora "senti il profumo della natura!", quando il prato odora più di mucca che di fiori, e ai padroni delle mucche non si chiede di raccoglierla nel guantosacchetto come ai portatori cittadini di canidi.

Mio figlio non è scontato: quando parla, camminando, e parla SEMPRE, racconta interminatamente tutte le sue cose, quelle che ha letto, quello che gli è capitato a scuola, le storie che ha inventato e giocato coi LEGO, i progetti di disegni che vuole realizzare, le confidenze dei pomeriggi coi nonni. Insomma: parla sempre. A tal punto che il patto sovente è: "Andrea, per mezz'ora stiamo in silenzio". Oppure la sfida è accelerare il passo o imboccare la variante più impervia del sentiero, per ridurlo al silenzio a causa della fatica. Solo che lui cresce e io invecchio, e questa tattica incomincia a non funzionare.

Ieri siamo andati in cima al San Primo, la vetta più alta del cosiddetto "Triangolo Lariano", quella da cui si domina tutto l'antropomorfo "lach de Com", che come ognun sa "l'è cumé 'n om: un pé a Lecch e un pé a Com, la testa a Dumas e i ball a Belaas".

Saliti in fretta, rosicchiando dei bei venti minuti sul tempo indicato dai cartelli, sotto un bel sole e con la cappa di smog già ben visibile sopra Milano, dopo solo pochi giorni di riapertura delle attività.

E Andrea muto.

Anche in auto, ritornando. Pensavo fosse intimidito dalla musica alta, ma di solito se ne frega della sacra chitarra di The Edge e parla sopra all'attacco di "Where the streets have no name" con sfrontatezza sacrilega. E invece ieri zitto.

"Non mi dici niente?", gli chiedo. "Di solito mi racconti sempre un sacco di roba...".

"Non ho niente da dirti", mi risponde. E siccome io mi ero adombrato, mi spiega: "Son due mesi che sono a casa: ogni cosa che faccio la sai anche tu. Non vado in piscina, non ho le partite di pallanuoto, non vado a scuola, non vado in giro, leggo i libri che prendo dalla tua biblioteca: ogni cosa che faccio la sai anche tu".

Me lo diceva come una constatazione, senza polemica.

La polemica la faccio io, perché l'età rende nervosi e meno serafici: non è normale un paese dove si riaprano i bar ma non le altalene, le chiese ma non i teatri, le piscine (forse) ma non le scuole.

E i nostri figli incominciano a non avere più niente da dire.



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