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"Avere qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. 

Sapere a chi si scrive. Raccogliere tutto quello che serve. Trovare una logica su cui ordinarlo. Eliminare ogni parola che non serve. Non porsi limiti di tempo"

don lorenzo milani

La sindrome di don Rodrigo

Ho un figlio che non si chiama “Rodrigo” ma che ha alcuni dei problemi del mio personaggio preferito dei “Promessi Sposi” (ho ampiamente discusso in altri miei interventi e conferenze sul perché io ami questo personaggio e qui perciò soprassiedo).


Ha tosse e raffreddore, di quelli belli tipici dei ragazzi, col catarro giallo – per intenderci – le notti insonni perché se respiri con la bocca ti viene la tosse, e la voce in cantina. Non sono un medico ma ho una discreta esperienza di queste cose per distinguere un raffreddore da altro. In tempi normali questo non sarebbe un problema.


Ha voglia di tornare a scuola. E questo può essere un problema.


Ho abbastanza esperienza del mondo scolastico, insegnando da venticinque anni ed essendo stato preside per un bel po’ di tempo, per conoscerne i meccanismi meno nobili: se lo mando a scuola con la tosse so già quel che succede nel deep web delle chat.

Le pagine dedicate al mondo della scuola stanno rilanciando proprio in questi giorni la notizia di un mondo sommerso fatto di assenze e sintomi sospetti, di mancate comunicazioni delle famiglie circa le ragioni dell’assenza dei figli e di parossistiche preoccupazioni conseguenti https://www.tecnicadellascuola.it/1-caso-su-5-a-scuola-i-genitori-nascondano-i-contagi?fbclid=IwAR2F0mA0ky_ecEZa20QMaViHCNZ-Lqsj0_mMvclW5GPYmDD5Loepk1DJEu8.


Si tratta in effetti di una questione delicata, non essendoci alcun obbligo di legge che costringa i genitori a dare informazioni a riguardo, ma è altrettanto vero che responsabilità giuridica e responsabilità morale non sempre sono insiemi perfettamente sovrapponibili. E ricordo bene i miei anni da preside e i diti indici puntati contro la prima gallina che cantava: la madre che correttamente informava della pediculosi del figlio, per esempio, e la saccenza di chi la accusava di scarsa igiene. Hai voglia a spiegare che i pidocchi si attaccano ai capelli puliti: più alto era il reddito delle accusanti e più numerose erano le messe a cui assistevano, più l’incauta madre che aveva fatto il proprio dovere morale di informare la scuola passava per una untrice lercia.

Per questo capisco don Rodrigo, che scoperto il bubbone sotto l’ascella non vuole che si sappia, chiede di seguire vie traverse, preferenziali, come se la malattia fosse un’onta, una vergogna.

È il fenomeno del “COVID shaming”, che finisce per essere controproducente. Anche io prenderei ripetutamente a calci la pletora di negazionisti e le mandrie di giovani più ignoranti che incauti. Ma si deve dire con forza che la malattia non è una colpa, ed educarsi tutti a una nuova trasparenza: non l’esibizionismo di chi si fa fotografare mentre si vaccina, ma la responsabilità di chi avverte i vicini di possibili problemi. E si fa carico con premura della propria salute come gesto di vera responsabilità sociale.

A scanso di equivoci e a beneficio delle chat di classe, il tampone fatto ugualmente ha dato esito negativo.

La cosa che più mi dispiace, oltre ai cinquanta euro spesi per il tampone fatto privatamente, è che scrivevo di queste stesse cose il 9 marzo del 2020 https://www.merateonline.it/articolo.php?idd=97765&origine=1&t=La+sindrome+di+don+Rodrigo, e a distanza di ormai un anno non solo non ne siamo usciti migliori, ma se possibile siamo persino peggiorati.

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