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"Avere qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. 

Sapere a chi si scrive. Raccogliere tutto quello che serve. Trovare una logica su cui ordinarlo. Eliminare ogni parola che non serve. Non porsi limiti di tempo"

don lorenzo milani

La scuola della montagna

Decalogo da padre a figlio, verso la cima



1. Preparati prima Ogni viaggio, ogni scalata, inizia a casa, sul divano, tra libri e mappe: sapere cosa si incontrerà è indispensabile per scegliere la meta giusta. Quante volte ho scalato con il dito sulle foto di qualche libro le pareti su cui poi ho messo davvero le mani! Quante volte ho ricalcato col pennarello sulle cartine i sentieri che poi ho percorso. Una mappa ci vuole, sempre: un po’ per ingolosirsi dell’avventura, un po’ per capire se farà per noi.


2. Parti leggero Come se già i sentieri di montagna non fossero già di per sé faticosi, li percorrono spesso schiere di gitanti curvi come sherpa non per la pendenza del tracciato ma per il peso dello zaino che portano sulle spalle: enormi, pieni di ogni ben di dio. Quando parti per un viaggio parti leggero. Non dimenticare l’indispensabile ma parti un po’ vuoto: è il viaggio che ti riempirà.


3. Indossa le scarpe giuste Camminare in montagna non è affare da infradito, né da sneakers alla moda: i sassi sanno essere appuntiti, polverosi, scivolosi, raramente immobili. Di tutte le innovazioni che hanno dato una svolta all’alpinismo, la più importante è forse stata l’adozione di una mescola particolare di gomma per le suole delle scarpe da trekking e alpinismo, capace di garantire il grip giusto per procedere in sicurezza. L’abito non fa il monaco e forse nemmeno l’alpinista, ma aiuta eccome. Vestiti bene per incontrare la montagna: colorato per farti vedere, comodo per non avere intoppi, adeguato per non creare rischi a te e agli altri, tradizionale per onorare la montagna anche con il tuo modo di essere.


4. Rimani sul sentiero

La maggior parte delle volte in cui mi sono fatto male in montagna stavo percorrendo una scorciatoia. Ricordo il piglio furbo e volitivo con cui quella volta che stavo scendendo dalla conca del Vajolet ho abbandonato le tracce del sentiero, sbuffando dietro una comitiva troppo lenta, e incrodandomi poco dopo sopra uno strapiombo che meno male che l’ho visto in tempo. In montagna le scorciatoie non fanno guadagnare tempo. La vita è irta di tentazioni e deviazioni: ma le pietre sul sentiero battuto da migliaia di passi sono assestate molto meglio di quelle infide di qualche serpentina tra le rocce, la strada della tradizione è calma e solo apparentemente lenta. Fidati del sentiero che chi ti ha preceduto ha tracciato per te, non cercare scorciatoie, non copiare, non sfuggire alle difficoltà.


5. Bevi Quando si compie uno sforzo di lunga durata (andare in bicicletta, correre su lunghe distanze, fare trekking, per esempio) bere è importante, perché la disidratazione e i crampi sono sempre dietro l’angolo. Ma bisogna bere poco e di frequente. Scolarsi una borraccia intera quando ormai si sentono i crampi della sete è tardi: quelli alle gambe verranno comunque di lì a poco. Chi parte a piombo poi di blocca. Non vergognarti di andare lento, non vergognarti di fare fatica: è naturale. Impara a chiedere aiuto quando avverti di non farcela. Non alzare la mano lamentosa alla prima difficoltà: tieni duro all’inizio, questo ti fortifica, ma non aspettare l’ultimo goccio di energia per recuperare. Come a scuola così in montagna, che è una scuola di vita, la “secchiata” di una notte serve a ben poco. Non vergognarti di chiedere aiuto, quando non ce la fai, fallo con fiducia, fallo subito.


6. Ascolta Ci sono rumori inconfondibili che accompagnano una scalata: il vento tra le rocce, il tintinnio dei nuts appesi all’imbragatura, il clac del moschettone agganciato al rinvio, il frullo della corda nel discensore, il “cala!” urlato dal compagno che fa sicurezza, il cicalare dei gracchi sulla cengia sopra la tua testa (non è malaugurante: sono a casa loro e sei tu che vai a disturbarli!), qualche volta il tonfo sordo di una pietra smossa da un camoscio che si arrampica e ti guarda come a dirti: “Guarda come si fa”. È una colonna sonora che ti rimane dentro. In montagna si va in silenzio, non con gli auricolari, non berciando con gli amici. Chi crede di andarci già “imparato” – in montagna come a scuola – di solito si fa male, parla lui invece che ascoltare, copre con la sua voce il silenzio, così prezioso a volte, per “sentire”.


7. Procedi leggero Scalare è più una questione di armonia che di forza. A meno che tu non stia superando uno strapiombo, non è con le braccia che ti devi issare, ma spingendo sulle gambe e mantendo l’equilibrio con le mani sugli appigli. Scalare è saper leggere la parete che hai di fronte e continuare a muoverti, piuttosto lentamente, ma in maniera fluida e armoniosa, senza strappi, mantenendo sempre tre agganci alla parete, muovendo un arto alla volta (non sei né Spider-man né Tom Cruise di Mission Impossible). Vivere e persino studiare sono lo stesso: scrivere (o leggere) un po’ di pagine ogni giorno, senza strappi, senza pause; leggere la settimana e il mese che si ha di fronte, sapere cosa verrà dopo, riuscire a programmare, con armonia, i propri sforzi.


8. Non piantare bandiere Di Rheinold Messner – mica un alpinista qualsiasi – ricordo sempre l’adagio in cui dice “Bandiere sulle montagne non ne porto: sulle cime io non lascio mai niente, se non, per brevissimo tempo, le mie orme che il vento ben presto cancella”. Perché la cima è sovente un dono più che una conquista. E se lo è, non è mai unica e personale: gli alpinisti che aprono nuove vie si premurano di divulgarne la relazione, perché altri dopo di loro le possano ripercorrere. Chi ha il dono di camminare spedito non corre per arrivare primo e piantare la sua bandiera: dà una mano agli altri. In montagna, come nella vita.


9. Apri gli occhi Ricordo, da giovane, di aver accompagnato in vetta alla Cima Ovest di Lavaredo un gruppo di escursionisti texani. Il panorama da lì è inimmaginabile – lo ammetto – e la scalata è di quelle ad altissimo tasso di adrenalina. Sarà stata questa a farmi inveire contro il tizio che appena sganciato il moschettone ha subito estratto la macchina fotografica (lo so, sembra incredibile, ma al tempo non c’erano ancora gli smartphone) per mitragliare di clic i dintorni. “Throw away your reflex, guy, and open your eyes: the landscape is bigger than your view-finder!”, gli ho urlato. Prima di scattare foto, fai un giro completo e guarda, poi fanne un altro e un altro ancora… Butta via i tuoi smartphone, lascia stare instagram, whatsapp, facebook: vivi ogni attimo delle svolte del sentiero che ti attende. Non avere fretta di condividere con chi è rimasto alla seggiovia ogni sbrego di roccia che superi, figlio mio: glielo racconterai dopo, con la tua voce e i tuoi gesti, costruendo la mitologia della tua arrampicata. A voce, con la tua, non con le dita sulla tastiera al pomeriggio. La vita è più grande di uno schermo da 8 pollici, l’amicizia è più importante di un like, i graffi sui polpastrelli che hanno artigliato la roccia ti portano più in alto dei calli da smartphone.


10. Accetta di tornare indietro I vecchi montanari sanno che una scalata non finisce quando si arriva in vetta, ma quando si ritorna a casa. Ogni tanto mi è capitato di dover rinunciare a qualche vetta, sebbene mancasse poco, perché le condizioni meteo o la riserva di energie rendevano un azzardo salire in cima a tutti i costi, considerato che le discese poi non sono meno impegnative delle salite. “Sei tutti i limiti che superi” canta Giuliano dei Negramaro in una sua canzone e lo slogan è molto motivante.

Ma noi siamo anche i limiti che non abbiamo valicato. Siamo le sconfitte che abbiamo imparato ad accettare, le cime che non abbiamo raggiunto e che vagheggiamo un giorno di scalare, i sogni che ancora ci costringono a guardare in alto.

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