S. Motta, Volo di vele. L’Eneide di Virgilio,

ALFA Edizioni, Cornaredo (MI) 2014, 240 pagine

Volo di vele recupera sin dal titolo la suggestione del mare “velivolum” (Aen. I, 224) per narrare in prosa l’avventura di Enea, eroe insicuro e triste, l’avventura di Virgilio, poeta di greggi e di campi coinvolto in una missione che sentiva troppo più grande di lui, e l’avventura di un libro che non è finito, che avrebbe dovuto essere distrutto e invece è la pietra miliare della letteratura antica e moderna.

 

Per questo il testo si sviluppa su più livelli:

  • la riscrittura in prosa rispetta dal punto di vista strutturale la scansione originaria in dodici libri (con la quale, a sua volta, Virgilio si rifaceva per emulazione ai ventiquattro libri dell’Iliade e agli altrettanti dell’Odissea) incorporando tuttavia a livello della narrazione quelle informazioni cui Virgilio alludeva solamente, dando per scontato che ai suoi contemporanei fossero perspicue e che invece, oggi, dovrebbero infarcire le pagine di note in calce. Per conservare il piacere della lettura abbiamo preferito inserirle nello svolgimento degli eventi, così che non risultassero solo un pedante sforzo di erudizione. Ecco spiegato, per esempio, il capitolo d’esordio che non trova riscontro nell’Eneide virgiliana.

  • il romanzo è arricchito da tavole illustrate riprese dalle acqueforti del romano Bartolomeo Pinelli (1781-1835) e sceneggiate come un racconto a fumetti, con i versi originali del poema (in traduzione italiana);

  • le mappe inserite nei punti di snodo della vicenda permettono di collocare gli avvenimenti narrati, cogliendo a colpo d’occhio quanto siano profondi i legami, non solo toponomastici, tra la nostra Italia di oggi e il racconto di Virgilio;

  • il corpo della narrazione si alterna a frammenti di un carteggio epistolare ascritti ai personaggi reali che facevano parte della cerchia virgiliana: i due amici Vario Rufo e Plozio Tucca, cui Augusto affiderà il compito di editare il manoscritto dell’Eneide rimasto, come si sa, incompleto; Erote, liberto e scrivano dello stesso Virgilio; Igino, cui Augusto affiderà la cura della Biblioteca Palatina in cui saranno custodite le carte virgiliane. L’espediente permette di inserire e mascherare le notizie (alcune delle quali avvolte dalla leggenda) desunte dalle scarne biografie virgiliane che il mondo classico ci ha trasmesso (Svetonio, Elio Donato, Servio) o dalla letteratura coeva (ad un certo punto, per esempio, si riconoscerà il celebre distico di Properzio, anch’egli entusiasta sodale nel circolo letterario di Mecenate: «Cedite, Romani scriptores, cedite Grai: / Nescio quid maius nascitur Iliade»), senza tralasciare lo struggente, imprescindibile romanzo di H. Broch, La morte di Virgilio (1945).

 

Questo continuo confronto tra il passato e il presente, nel tentativo di ricostruire una cronologia che Virgilio stesso ha lasciato volutamente sfumata (Ascanio-Iulo sembra poco più che un bimbo in braccio a Didone, ma diventa un ragazzone forte e un arciere provetto due anni dopo, sulle spiagge laziali), questo andirivieni tra la storia di Enea e la storia di Virgilio finisce per illuminare le sfaccettature umane di entrambi, e proprio queste, più ancora di quelle epico-avventurose, sono la vera ragione per la quale si può trascorrere volentieri tante ore in timida compagnia di Virgilio, e per cui vale ancora e sempre la pena di leggere l’Eneide.

 

vai al sito della casa editrice

This site was designed with the
.com
website builder. Create your website today.
Start Now