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"Avere qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. 

Sapere a chi si scrive. Raccogliere tutto quello che serve. Trovare una logica su cui ordinarlo. Eliminare ogni parola che non serve. Non porsi limiti di tempo"

don lorenzo milani

METTIMI COME SIGILLO

Ci sono dei momenti topici nella vita come nel lavoro in cui ognuno ha il proprio metodo da consigliare e le proprie usanze da preservare.

Apporre il sigillo di ceralacca al plico con i documenti dell’esame di Maturità è uno di questi.

Usa l’accendino, no usa un mozzicone di candela, tieni il bastoncino della ceralacca con le dita, tienilo tu che mi brucio, usiamo una pinza, e se poi foriamo il pacco?, bagna il timbro nell’acqua così non si appiccica, a che cazzo serve poi il sigillo nel 2021 che sembra di essere i Borgia?

Vince sempre per distacco quello che dice che se lo sapevo portavo l’anello con lo stemma nobiliare di famiglia.

C’è un che di contradditorio e ossimorico nel momento del “sigillo”, della chiusura ermetica e sacrale di un pacco che contiene i documenti di quello che dovrebbe essere un trampolino, un momento di partenza, di uscita, di slancio per gli alunni che si aprono ad un futuro maturo.

C’è un che di contraddittorio e persino ridicolo nell’adoperare artifizi medievali dopo essersi baloccati per mesi di Meet, e Teams, e Zoom, e flipped classroom e learning by doing e firma digitale sul Registro elettronico, e SPID, eccetera eccetera.

Eppure…

Nella commissione con cui ho chiuso i lavori oggi ero in compagnia di un ingegnere aerospaziale, un fisico matematico, un giurista, un pilota aeronautico di primissimo livello, una docente di Lingue, e un collega di Lettere: ci guardavamo soprattutto noi ultimi due, lasciando ai “tecnici” le complicate operazioni di colatura, rievocando pagine da feuilleton dumasiani, con Milady che porta messaggi segreti al Duca di Buckingham, o Lucrezia Borgia che trama ora contro quello ora contro quell’altro, agitando la sua sensualissima chioma fulva, e stai attenta che ti bruci i capelli, dico alla collega che si sporge pericolosamente sulla fiamma dell’accendino.

Eppure c’è un che di magico e romanzesco in questo rito: ricorda a noi turboinformatici, fanatici del web, modernisti per partito preso, che l’insegnamento ha una sua liturgia, che la scuola ha una propria sacralità, che i documenti e i destini di chi ti è stato affidato vanno custoditi e protetti non perché segreti, ma perché preziosi.

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