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"Avere qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. 

Sapere a chi si scrive. Raccogliere tutto quello che serve. Trovare una logica su cui ordinarlo. Eliminare ogni parola che non serve. Non porsi limiti di tempo"

don lorenzo milani

L’ETÀ DI UN PAPÀ

Si dice che il buon Giuseppe dormisse poco di notte: aveva un figlio che era effettivamente un “cristunscel”, come si definiscono in dialetto meneghino i tipetti vivaci, e i tempi non erano felici. Anche Myriam, che aveva sposato giovanissima, gli dava qualche pensiero per quella gravidanza così, come dire, “inattesa”. Un dono, un miracolo, comunque un mistero.

Lo è ogni maternità, un mistero. Ancor di più per i padri, che non possono sentire altro che intuire quel turbinio di vita che si svolge nel grembo materno.

Si dice che il buon Giuseppe sognasse spesso, e qualcuno di quei sogni abbia salvato la vita a lui e alla sua giovane famiglia. Chi ne ha raccontato, nei cosiddetti Vangeli, sostenne che quei sogni fossero inviati da Dio, come quel bimbo che gli aveva cambiato la vita.

Si dice che ogni padre sogni. Non serve essere falegnami, non è necessario vivere in Palestina, non occorre aver smarrito il figlio e ritrovarlo poi seduto in mezzo ai dottori del Tempio: non c’è padre il cui ultimo pensiero prima di andare a letto non sia per il figlio, i figli. Li va a salutare nella loro camera, mentre loro fingono di dormire ma attendono quel saluto. E li accompagna nel sonno sognando il loro domani.



Quando diventi padre il tuo tempo si allunga e si accorcia. Il tuo orizzonte temporale si sposta in là di una generazione, almeno. Incominci a lavorare e progettare non più il tuo, di futuro, ma quello dei tuoi figli. Che è più lontano e inafferrabile e misterioso dei tuoi poveri progetti. Prima era l’auto nuova per cui mettevi da parte qualche soldino, adesso è l’università all’estero dei figli, che costa più della Jaguar che sognavi. E il tuo tempo non ha fine, perché un figlio ti “eterna”.

E si accorcia, anche. Perché ti ritrovi seduto sul pavimento a fare con la bocca i rumori delle macchine e delle scavatrici, a costruire castelli coi mattoncini, a inventare avventure e tollerare – tu schizzinoso e dandy – la tua scrivania diteggiata di nutella quando tuo figlio se n’è impadronito per fare un disegno dei suoi.

Finisci per avere gli anni dei tuoi figli, e fors’anche qualcuno di meno.

E quando i tuoi figli ti fanno gli auguri per la festa del papà, il “grazie” che dici loro vale doppio: metà è una risposta di cortesia, perché sei pur sempre un adulto educato, metà è uno slancio del cuore, perché se il giorno di San Giuseppe è la tua festa è perché sono nati loro.

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