La giovane Mathilde Stangerson  viene aggredita di notte mentre dorme nella propria stanza. Allarmati dalle sue urla accorrono il padre e i domestici del castello, sfondano la porta ed entrano: Mathilde giace a terra in fin di vita, ma nella stanza non c’è nessuno. Eppure la porta era saldamente chiusa dall’interno, l’unica finestra aveva ancora le impannate chiuse e le inferriate che la sbarravano erano intatte, nella stanza non c’è alcun nascondiglio o passaggio segreto… eppure l’assassino è sparito!

Il grande ispettore Frédéric Larsan e il giovane reporter Joseph Rouletabille indagano per risolvere l’enigma che appare da subito diabolico e intricatissimo dando vita a quello che Dickson Carr definì «il più bel mistery mai scritto».

 

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Idee che fanno parte di noi e di cui avevamo perso memoria della fonte.

Recensione di G.I. Bischi, docente di Metodi matematici per l'Economia e la Finanza presso l'Università di Urbino

 

Bella l’idea di riproporre un giallo classico aggiungendo al testo (ben curato anche nella veste editoriale) un DVD con materiale audiovisivo di approfondimento. Materiale aggiuntivo che non è solo un’appendice, ma una vera e propria riflessione a tutto tondo sui metodi d’indagine e di come questi si intersechino con vasti campi del sapere scientifico, dalla logica della dicotomia “verofalso” alla topologia del “dentro-fuori” fino alla fisica dell’indeterminazione, ovvero le difficoltà e i paradossi legati all’interazione fra osservatore (in questo caso l’investigatore) e sistema osservato (in questo caso la scena del delitto e tutto ciò che vi ruota intorno). Il tutto prendendo spunto da un bel dilemma, un delitto nella camera chiusa, uno dei temi classici più ingarbugliati e difficili del romanzo poliziesco: la stanza non ha vie d’uscita, eppure l’aggressione è avvenuta e l’aggressore non si trova. Un caso che sembra mettere in difficoltà anche il grande investigatore Rouletabille, celebre per la capacità di usare al meglio la potenza deduttiva della logica e il rigore matematico. Un dilemma tanto difficile da far persino evocare le ricerche fisiche sull’annientamento (o dissociazione) della materia, tema peraltro oggetto degli studi del celebre professor Stangerson, padre della vittima, a cui anche la figlia si stava dedicando.

Nel rileggere questo classico ho riscoperto (e apprezzato) le interessanti riflessioni di Leroux sul metodo di indagine, quando l’investigatore Roulettabille afferma che “Non bisogna usare le prove per ragionare, ma bisogna innanzi tutto ragionare bene e poi considerare come le prove possono entrare nel ragionamento, perché le prove sono spesso ingannevoli”. E arriva persino a criticare i metodi d’indagine seguiti nei romanzi di Poe o Conan Doyle, troppo legati alle prove, mentre per lui “le tracce sensibili sono sempre state le mie aiutanti … mai le mie padrone”, e per questo “mi sono chinato sulle tracce sensibili solo per chieder loro di entrare nel cerchio della mia ragione”.

Notevole il momento in cui, nel capitolo 11, quando le indagini sembrano essere giunte a un punto morto, Leroux, attravero il signore de Marquet, enuncia un metodo inaspettato: “Vi ho fatto venire per chiacchierare. Siamo sul luogo del delitto; ebbene di cosa dovremmo parlare se non del delitto? Parliamone dunque! A lungo, con intelligenza o con stupidità. Diciamo tutto ciò che ci passerà per la testa! Parliamo senza metodo, poiché col metodo non abbiamo avuto successo”. Un metodo di indagine recentemente proposto da psicologi e scienziati cognitivi col nome di “brainstorming”: insomma, come scrisse Calvino (in “Perché leggere i classici”) la ri-lettura di un classico a distanza i anni equivale a leggere un’opera diversa in quanto siamo riusciamo ad apprezzarne nuove caratteristiche e nuovi dettagli alla luce delle esperienze che abbiamo nel frattempo maturato, e talvolta ci permette persino di ritrovare alcune idee che fanno ormai parte di noi e di cui avevamo perso memoria della fonte.

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